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Bounjour mon ami

Il presente scritto considera elementi vissuti, ma i personaggi in questione sono frutto di un immaginario collettivo ampio. Viene effettuato in una sorta di racconto-intervista, dove ci si immedesima in una persona ignara dell’attività di coloro che si immolano nel lavoro nella stagione estiva. L’autore è lo stesso di cui nei mesi scorsi abbiamo pubblicato le puntate de “Il diario di una stagione al lavoro”

di Giorgio Fagioli

«Bounjour mon ami».

Si apre così la conversazione tra lei e me. Una ragazza di 25 anni del Gibuti che sta svolgendo la sua prima stagione estiva al lavoro in una struttura ricettiva. Pelle color ebano con sfumature tendenti all’oro. Un’emanazione di colori lucenti, nonostante l’abbigliamento semplice, composto da una maglia bianca e dei pantaloni scuri, con ai piedi dei sandali. Si occupa di tenere in ordine la hall dell’albergo, sotto le direttive del titolare. Taciturna e cordiale, ma con tanta voglia di fare e di far splendere il pavimento e gli oggetti in cui andranno a depositare mani e piedi i clienti. I momenti per scambiare quattro chiacchiere non sono molti e riuscire a trovarla poco impegnata risulta un’impresa ardua. Le chiedo il perché ogni qual volta finisce di spazzare con la scopa, prendeva il sacchetto della spazzatura, lo chiude con tre nodi, lo lascia vicino ad un bidone e il giorno seguente ci applica con un pennarello la lettera “A”. Mi spiega che il gesto deriva dalla sua infanzia. Era solita a riempire un sacchetto di plastica con delle cibarie e lasciarlo vicino alla finestra aperta, veniva preso dall’esterno e, una volta svuotato il contenuto, veniva riportato indietro con una lettera. Si immaginava il viaggio di questo sacchetto e la riuscita della destinazione. Un gioco che veniva effettuato con altri bambini, per immaginarsi le tortuose strade che avrebbe intrapreso l’oggetto, prima di tornare a destinazione. Ora, lo faceva per dare un significato a quella lettera e al motivo per cui si trovava ad effettuare una stagione estiva al lavoro. Svoltare la propria vita e intraprendere una sua crescita personale. Non si è addentrata troppo nei dettagli, ma gli occhi denotano una grande sofferenza e la riproposizione di nuovi obiettivi.

Il suo sorriso è contagioso e parla con una delicatezza disarmante. Sembra di ascoltare la melodia di una pellicola, dove in sovraimpressione si hanno immagini di laghi e torrenti trasparenti, dove tutto sembra essere limpido e sereno. Una carezza che avvolge i sensi e ti lascia trasportare dal suono della sua voce, così ferma e vivace. Le parole sono accavallate tra di loro, in quanto la lingua italiana non l’ha ancora appresa benissimo, ma gli sforzi per riuscire a pronunciarle, mettono in risalto le sue fossette.

Un dialogo durato non meno di 15 minuti, nel quale ho potuto osservare ed ascoltare la dedizione con la quale si occupa di un impiego temporaneo, per la durata di una stagione lavorativa, in attesa di percorrere un percorso di integrazione in un territorio nuovo, tutt’altro che semplice. Il nostro è stato un tempo breve che mi ha dato modo di conoscere ciò che ho visto per settimane, ma di approfondire chi ci fosse dietro quella figura così misteriosa tanto presente. Ricordo di averla osservata a lungo prima di parlarci. Notavo ogni qual volta che entravo, o uscivo, dalla hall se fosse presente o meno e il più delle volte mi imbattevo nella sua presenza, poco dopo le 7 di mattina. La vedevo finire di ultimare le pulizie del bancone della reception e di portare, all’interno di una porta nel quale i clienti non potevano entrare, degli oggetti adibiti alla pulizia dell’intera area. Sono passati quattro giorni, prima di riuscire a parlare con lei e prenderla in un momento di svago, prima che tornasse al suo alloggio.

Foto da pxhere.com

Ultimo aggiornamento 17/11/2021

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