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Il calcio messo in gabbia

Un pallone in rete

L’ubriacatura mediatica in morte di Maradona ci fa tornare sul tema calcio, non con parole nostre, ma con quelle di Alessandro Leogrande riprese dallo scambio on line promosso da Mutuo discorso. Il link è temporaneo per una scelta molto decisa da parte di chi ha organizzato, con base a Modena, la Stagione del Mutuo discorso. Un’idea che trae energia dal pensiero e dalle parole di Alexander Langer e Alessandro Leogrande: due intelligenze che ci mancano molto, incarnate in due persone la cui scomparsa (Langer nel 1995, Leogrande nel 2017) risuona ancora come un colpo al cuore. Deve essere la stessa sensazione provata da Isabella Bordoni curatrice insieme a Periferico Festival 2020 di questa iniziativa (21 novembre – 5 dicembre) fatta anche di publishing urbano nelle strade di Modena. Ancora una volta mettere un occhio oltre Appennino potrebbe aiutare a respirare nelle lande ombrose di un pezzo d’Italia che si fatica a riconoscere. Questo articolo di Alessandro Leogrande è tratto da Il pallone è tondo*, volume di cui Leogrande è stato curatore, pubblicato nel 2005 da L’Ancora di Mediterraneo. Se i nomi e alcuni dei riferimenti possono apparire datati, non lo sono le riflessioni, ancora del tutto attuali e anzi, se possibile, rafforzate nel quindicennio che è trascorso dalla pubblicazione del libro. (A.C.)

di Alessandro Leogrande

Il calcio che analizziamo in questo libro è quello che negli ultimi dieci, quindici anni si è eretto a sistema, palesando strapotere delle grandi squadre, onnipotenza dei diritti televisivi, doping, evoluzione del gioco tattico a scapito della briosità, violenza razzismo antisemitismo sugli spalti. Oggigiorno il calcio è un sistema chiuso, con le sue regole, i suoi diktat, i suoi divieti, le sue menzogne, la sua ideologia. È un sistema le cui parti si tengono insieme per osmosi, per reciproca necessità, per alleanze improbabili. È un sistema che ha fatto dei mediatori che stabiliscono i rapporti tra i suoi sottoinsiemi i signorotti che promulgano le regole del gioco ed estromettono chi non vi sottostà. Questo sistema dorato ma dai piedi d’argilla, fondato su una bolla economica, mediatica, politica, morale… è il regime del pallone, una prigione in cui sono rinchiusi i suoi principali attori: i giocatori, i presidenti, i giornalisti, i tifosi. Ma poiché il calcio (come realtà e come eterna metafora) si estende a tutta la società, impregnando il suo immaginario, scandendo i suoi tempi, in un rovesciamento in cui il gioco (preso maledettamente sul serio) spesso si sostituisce al Tutto, nella prigione ci siamo finiti tutti. Il calcio è uno sport totale, che estende i suoi precetti al di fuori del proprio perimetro.
È innegabile che la discesa in campo di Berlusconi (nel calcio prima che in politica) abbia cambiato le regole di cui stiamo parlando. È innegabile che il governo del calcio italiano si fondi sul duopolio Juventus-Milan, rispettive espressioni calcistiche del vecchio e del nuovo potere economico-politico, e che le nuove basi (eversive rispetto alle vecchie) siano state gettate dal Cavaliere, e da chi ha voluto imitarlo. Ma anche qui, come in politica, è più corretto parlare di berlusconismo, non limitandosi alla sola figura del premier rossonero: è più interessante scorgere il modo in cui il costume berlusconiano è stato omaggiato, osannato, fatto proprio nelle cento province italiche, il modo in cui è diventato cultura. È da questo humus culturale che sono emerse le nuove regole del calcio, quelle che si sono presto estese, al di là dell’ambito sportivo, nell’economia e nella politica.
Il regno del pallone appare immune dagli attacchi esterni. Questi sembrano scivolargli addosso senza intaccarlo. È una sfera perfetta, tonda, sgusciante. Eppure i segni della crisi sono nascosti a fatica.
Questo libro è un viaggio composito ed eterogeneo nel calcio italiano agli inizi del ventunesimo secolo. È il frutto del lavoro di molti autori; raccoglie più voci, più punti di vista, diverse analisi e diversi registri, ma traduce un comune sentire, un comune proposito: quello di vederci chiaro nell’involuzione che avanza, separando il poco di buono ancora presente nel mondo del pallone dal marcio dilagante.
Quanto conta oggi, nel mondo, il calcio italiano? C’è ancora chi pensa che la nostra serie A sia il campionato più bello del mondo, che l’epicentro dell’impero del pallone, lo sport più amato dagli esseri umani, sia nel Belpaese. Ma ciò non è vero o, almeno, non lo è più. Il nostro calcio è profondamente malato e ripiegato su se stesso. E non bastano i (pochi) successi internazionali delle compagini più forti a nascondere il fetore della malattia. Nonostante i conti truccati e le follie del mercato, i nostri club sono stati sopravanzati da quelli spagnoli e inglesi. La nostra nazionale non vince più in campo internazionale, i ricordi dei Mondiali dell’82 sono ormai un ricordo sbiadito. Da noi non crescono più talenti capaci di imporsi sulla platea internazionale. L’ultimo è stato Roberto Baggio: in assenza di altro, gli attuali “campionissimi” issati a modelli (Vieri, Totti, Del Piero, Cassano, Inzaghi…) sono incredibilmente gonfiati, messi sullo stesso piano dei veri fuoriclasse, dei Ronaldo, degli Zidane e degli Adriano che pur sempre hanno giocato e continuano a giocare nel nostro campionato. Ma spesso il velo si squarcia, e il trucco si rivela. I nostri “campionissimi” farebbero ridere se le loro vacuità, bullaggini e insipienze non fossero strapagate milioni di euro. E quindi c’è poco da ridere, c’è solo da indignarsi. La crisi è molto più profonda. Basta leggere i pezzi qui raccolti nella sezione “Ritratti” per accorgersi di come la figura stessa del calciatore sia andata degenerando nel corso dei decenni. Vettori di pulsioni, architrave del Palazzo, solo pochissimi tra loro si sono rifiutati di essere ridotti alla funzione di manovalanza passiva. Oggi è difficile trovare calciatori che si oppongono a un sistema che li omaggia tanto quanto consuma i loro corpi e le loro menti. (E sia detto per inciso: gli ingaggi dei calciatori, e le percentuali dovute ai procuratori, sono inconcepibili al di là del loro valore.)
D’altra parte, è proprio nel suo rivolgersi alle giovani leve, all’infanzia che scalpita sui campi di mezzo mondo, che il calcio appare come il regno della Grande Corruzione: uno sport che divora, al pari dei mercanti di schiavi, la vita e le speranze di ragazzini del Sud del mondo tanto quanto la vita e le speranze dei figli degli ultimi marginali delle nostre società occidentali. C’era un tempo chi pensava che lo sport (e in particolar modo il calcio) potesse essere un terreno pedagogico. Oggi questo è possibile solo in contesti molto precisi e per allenatori-educatori (come Zdenek Zeman e Delio Rossi qui incontrati da Goffredo Fofi e Marco Martinelli) molto esigenti con se stessi e molto critici del regime del pallone. Per il resto, il calcio è oggi una delle più potenti macchine antipedagogiche, in cui si privilegia l’educazione alla cortigianeria, alla bravata, alla sopraffazione (come racconta, in un altro intervento, Sandro Veronesi).
Le curve da stadio sono spesso il buco nero della nostra società. Luogo di violenza, razzismo, antisemitismo, rituali ossessionanti, neofascismo, neonazismo, svastiche, croci runiche, lodi ad Arkan, a Stalin, elogio delle peggiori mattanze della Storia… E non si tirano fuori certo quegli ultrà che si definiscono “di sinistra” o “apolitici”, perché attaccati sopra ogni cosa ai colori e ai valori (proprio così, loro parlano di valori) della propria squadra, da difendere all’occorrenza con coltelli e spranghe contro alienati di pari grado. Chi ragiona in questo modo, anche se politicamente non si definisce fascista, lo è comunque antropologicamente, culturalmente, esistenzialmente.
Il problema, come ha più volte scritto Corrado Sannucci, è che le curve non sono più aree di esclusione e di emarginazione; al contrario i loro ras sono corteggiati e vezzeggiati dalle stesse società calcistiche, hanno un ruolo ben preciso nel calcio odierno e lo giocano sapientemente. Spesso gestiscono il merchandising, altre volte controllano la vendita di parte dei biglietti, quasi sempre pretendono e ottengono impunità, e – così facendo – hanno trasformato l’intero stadio (cui peraltro si sono estesi i comportamenti della curva) in una prigione di degrado. A Roma, questo rovesciamento ha raggiunto livelli parossistici, e inaccettabili. Ma non è certo migliore la situazione in altre città, grandi o piccole, del Nord e del Sud. E non importa che le squadre che gli ultrà incitano siano in seria A, in serie B o nelle serie inferiori: la musica non cambia. Non c’è più niente di popolare oggi nelle curve, niente che possa giustificare abusi e soprusi. Gli ultrà sono semplicemente dall’altra parte, sono i bravi del regime del pallone.
A chi incita alla repressione, alla costruzione di recinzioni ancora più alte, all’aumento dei controlli, alla militarizzazione degli stadi, va ricordato che non si può certo fare di tutta l’erba un fascio, che i ragazzi (spesso giovanissimi, spesso adolescenti) che subiscono il fascino della curva e dei suoi ras vanno decifrati, compresi. Ma capirli vuol dire anche contribuire a separarli da quei non-valori odiosi e imperanti. Opera non certo facile quando tutto è calcio.
La Tv. C’è chi dice che è il principale nemico del calcio giocato, ciò che ha ucciso il rapporto tra i tifosi e lo stadio, e quindi il rapporto tra chi lo sport lo pratica e chi lo guarda. Eppure, anche i ricordi di Italia-Germania 4-3 o di Italia-Brasile 3-2 sono, per la stragrande maggioranza degli italiani, ricordi televisivi. Che cosa distingue allora quei ricordi dall’attuale Circo mediatico, dall’invadenza del parlato e del rivisto in continuazione alla moviola e da più angolazioni, dallo strapotere di Sky e dello “Sky way of football”? Forse non è la televisione in quanto tale il problema, ma il modo in cui questa viene usata, orientata, subita. Si dovrebbe scandagliare allora lo stile televisivo dominante, l’overdose da competizione, il dominio delle opinioni e del chiacchiericcio sui fatti sportivi, la decomposizione di questi in miriade di immagini (o “emozioni” televisive) che del fatto non restituiscono mai l’unità, ma un suo surrogato: una montagna di surrogati all’interno della quale i tifosi-telespettatori sono rinchiusi. Ma poiché oggi i diritti televisivi sulle partite di calcio sono al primo posto nelle agende dei dirigenti di tutte le emittenti, che siano pubbliche o private, che siano a pagamento o in chiaro, e poiché, come si sa, la televisione conta tantissimo, in quella prigione – ancora una volta – ci siamo finiti tutti.
È possibile individuare una via di fuga? Una crepa attraverso la quale evadere, uscire all’aria aperta? Gli autori di questo libro provano a capirlo e, se non proprio a organizzare un’evasione, provano a tracciare, sommessamente, delle linee di resistenza. Incominciando da un modo di scrivere e di narrare il calcio che provi a rifiutare le menzogne, le edulcorazioni, gli abbellimenti dominanti. È esistita, e continua a esistere, una magia del calcio. Ma questa si accende, di rado, sui prati verdi; sulla carta bisogna prendere atto delle infezioni che l’aggrediscono, pur non dimenticando la bellezza, l’allegria e le passioni autentiche che lo sport dei piedi ha saputo offrire.
Ci è sembrato giusto concludere questo lavoro collettivo con le riflessioni di Carmelo Bene raccolte da Giuliano Capecelatro durante i Mondiali di Usa ’94. Racchiudono una proposta radicale con la quale tutti dobbiamo avere il coraggio di confrontarci: ricominciare da zero, azzerando il calcio, azzerando se stessi, azzerando l’Italia, i suoi regimi e le loro opposizioni… Questo libro è dedicato alla sua memoria e a quella di un altro autore scomparso non molto tempo fa, di cui pubblichiamo, in questa raccolta, un bellissimo racconto: Sandro Onofri. Il suo modo di narrare il calcio, le trasformazioni di Roma, il rapporto tra generazioni ci manca, tantissimo.
​*Il pallone è tondo (L’Ancora di Mediterraneo, 2005) è stato curato da Alessandro Leogrande e contiene i contributi di Marco Ansaldo, Ornella Bellocci, Maurizio Braucci, Pasquale Coccia, Andrea Di Caro, Matteo Di Gesù, Giancarlo Dotto, Goffredo Fofi, Stefano Laffi, Marco Martinelli, Gianni Mura, Sandro Onori, Luca Rastello, Corrado Sannucci, Roberta Saviano, Paolo Sollier, Mauro Valeri, Sandro Veronesi.

A questo link il podcast di una trasmissione di Radio 3 in cui Alessandro Leogrande intervistato da Emanuele Trevi parla del libro.

Foto di AllgyerDaniel da pixabay.com

Ultimo aggiornamento 4/12/2020

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