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Il lavoro “nell’ombra” al tempo del confino

Pulitrici al centro Pompidou di Parigi

“Un paese salvato dagli ultimi” è l’illuminante editoriale a firma di Marco Revelli comparso in prima pagina de La Stampa. Merita di venire letto ben al di là del giorno di pubblicazione (il 1° maggio) per la nettezza del disegno tracciato sull’Italia di questi giorni, su coloro che stanno garantendo il funzionamento quotidiano del Paese negli aspetti meno drammatici eppure indispensabili. Marco Revelli spende parole pacate e, insieme, taglienti nel delineare ruoli e protagonisti, mettendo ognuno al suo posto: utilizza l’espressione “back office” per il lavoro tanto oscuro quanto prezioso che non può venire ignorato, il lavoro operaio e quello dei servizi “poveri” – quelli non fruibili “in remoto”, che si fanno “con le mani” e mettendoci “il corpo” – un residuo solido in via di smaltimento.

Cronache Umbre decide di pubblicarlo il giorno successivo alla sua uscita materiale per il riconoscimento dovuto al lavoro editoriale che si svolge all’interno delle redazioni e delle tipografie dove si continua a garantire l’esistenza di un baluardo della democrazia: l’informazione su carta.

Il Primo Maggio è la “festa del lavoro” o, viste le sue origini, “dei lavoratori”. Cioè di chi contribuisce alla ricchezza e al benessere collettivo con il proprio lavoro su cui, come recita l’articolo 1 della Costituzione, “è fondata” la nostra Repubblica democratica.

Quest’anno il lavoro paga un prezzo pesante alla pandemia che da più di due mesi sta segnando nel profondo le nostre vite. Anzi, un doppio prezzo. Perché nel giorno della “sua festa” le piazze saranno – dovranno essere, giustamente – vuote, come mai era successo in 75 anni di democrazia, mentre questa ricorrenza presupporrebbe la presenza fisica, dei corpi e delle bandiere, a esprimere il proprio protagonismo collettivo. E perché ai lavoratori è richiesto, in queste settimane, in questi mesi, uno sforzo e un’esposizione al rischio particolari.

Nel tempo in cui agli altri è imposto di restare chiusi in casa per non esporsi e non esporre il prossimo al contagio, a loro si chiede di “uscire” e fare ciò che hanno sempre fatto: produrre, anche a rischio della propria salute e della propria vita. Perché senza quel loro atto – una delle pochissime, forse l’unica attività pubblica e collettiva sopravvissuta al “confinamento” -, il Paese si fermerebbe.

Le catastrofi, e tra queste naturalmente le epidemie, hanno per certi versi una capacità “rivelativa”: mostrano in chiaro, portano alla superficie, verità altrimenti sommerse. O visibili ma non viste. Tra queste il ruolo di un pezzo – consistente ma trascurato – di mondo del lavoro. Quello che un acuto intellettuale francese, Denis Maillard, ha definito il back office: la parte di attività che si svolge “nell’ombra”, invisibile ai più perché costituita da mansioni considerate umili, quelli che alle cinque del mattino distribuiscono nelle metropoli le merci che poi altri invisibili commessi disporranno sugli scaffali dei supermercati, gli addetti alla logistica, che connettono le grandi piattaforme commerciali alla rete della piccola distribuzione, i rider che raggiungono le nostre case, gli operai delle filiere lunghe della subfornitura, i netturbini che smaltiscono i nostri rifiuti, autisti, artigiani, padroncini e precari, la fitta articolata rete dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici della cura, infermiere, badanti, paramedici, operatrici dell’assistenza agli anziani. L’infinito, frastagliato, lenticolare esercito che opera sulle filiere della vita per salari da poche centinaia di euro. Diverso da chi sta nel front office, chi lavora “nella luce” di professioni invidiabili, manager, pubblicitari, intrattenitori, campioni sportivi, archistar, consulenti e operatori finanziari.

Presi nelle grinfie del virus, abbiamo scoperto l’indispensabilità dei primi, del back office, e la (sia pur temporanea e relativa) superfluità dei secondi, del front office, tranquillamente “confinabile” in casa. È come se in poche settimane di “emergenza” fosse stata spazzata via d’un colpo una parte delle Grandi narrazioni che ci hanno accompagnato fuori dal Novecento (dal “secolo del lavoro”) a cominciare da quella che avrebbe voluto il lavoro manuale, il lavoro operaio e quello dei servizi “poveri” – quelli non fruibili “in remoto”, che si fanno “con le mani” e mettendoci “il corpo” – un residuo solido in via di smaltimento. Entità secondaria, marginale e marginalizzabile nei meccanismi del riconoscimento sociale. Oggi siamo chiamati a restituirlo quel “riconoscimento”, se non altro per l’alto prezzo in vite umane pagato da questa parte del mondo del lavoro, mandata spesso ad affrontare la malattia senza protezioni né mezzi adeguati. E per aver misurato nell’esperienza quotidiana quanto della vita di tutti dipenda da loro, dal momento che non basta un algoritmo a far girare il mondo al posto loro. È un esercizio che si può fare anche a piazze vuote, propedeutico a quanto occorrerà fare, e riconoscere, quando si tornerà a una qualche, sia pur mutata, normalità che non potrà essere – è sotto gli occhi di tutti – una pura e semplice continuazione del prima.

C’è una pagina di Vittorio Foa che mi ha sempre colpito. Richiesto di ricordare un qualche Primo Maggio della sua vita, Foa – padre costituente, dirigente politico e sindacale che si era fatto 8 anni di carcere duro per le sue idee antifasciste – ripensando ai «tanti Primi Maggio trascorsi in galera» li definì «di festa e di lotta» perché – aggiungeva – «giorni di fede combattiva nell’avvenire». Lo considero il segno che si può, anche confinati, continuare in un giorno come questo a progettare il futuro.

Nella foto, pulitrici nel centro Pompidou di Parigi. Dal profilo Flickr di zoetnet

Ultimo aggiornamento 2/5/2020

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